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Foto scattate il 26 marzo in occasione del pellegrinaggio del 25° anniv. nel Santuario Diocesano Maria, regina dei Martiri
24 Apr 2017
Catechisti: custodi, testimoni, animatori e martiri delle comunità cristiane nei tempi di prova
Introduzione
Lo scorso 22 marzo accorreva il 25° anniversario del martirio di 23 catechisti di Guiua in Mozambico e il 25 marzo, mentre si celebrava il 25° anniversario ha iniziato l’inchiesta diocesana per la riconoscenza del martirio dei catechisti. È in quest’occasione che ho rivisitato il mio articolo e voluto pubblicare[1] nel “Qual Buon Vento” per fare arrivare dalle nostre parti “quel buon vento che vieni dall’Africa”.
Voglio dunque ricordare i catechisti martirizzati dal Fronte per la liberazione del Mozambico tra il 1975 e il 1992. Inoltre, intendo offrire un atto di omaggio agli eroici laici-catechisti e missionari del Mozambico che spendono la loro vita, spesso in condizioni difficili e pericolose, perché Cristo sia annunciato e tutti gli uomini ricevano la salvezza. Il compito che mi assumo quindi è non solo raccontare dei casi isolati, ma testimoniare in prima persona ciò che i cristiani coraggiosi del mio tempo e della mia Chiesa hanno affrontato per adempiere con la vita alla loro vocazione di cristiani impegnati. Non mi soffermerei soltanto ai martiri di Guiua ma voglio anche ricordare quei martiri che sono, secondo Benezet Bujo, “nostri antenati: quei santi sconosciuti”.
I catechisti nella Chiesa mozambicana in tempo di prova (1975-1992)
Dobbiamo sottolineare due momenti importantissimi della Chiesa mozambicana nel periodo che va dal 1975, data dell’indipendenza Nazionale, al 1992, data dell'accordo di Pace.
Da una parte, abbiamo una Chiesa sotto un regime marxista, una Chiesa spogliata dei suoi averi e del suo essere, una Chiesa purificata; e dall’altra una chiesa nella guerra civile, una Chiesa martirizzata. Ambedue sono caratterizzate dall’emergenza e dalla riscoperta dei catechisti laici nella Chiesa di Mozambico.
Una Chiesa sotto un regime marxista[2]
Poco dopo la dichiarazione dell'indipendenza del Mozambico nel 1975, “con l'ascesa al potere del FRELIMO cioè Fronte per la liberazione del Mozambico e la sua dichiarata posizione marxista-leninista, ostile alla Chiesa, iniziò un periodo di vera persecuzione, con espropriazioni, restrizioni di ogni genere all'attività pastorale, negazione del visto d’entrata nel paese ai missionari stranieri”[3]. La Chiesa fu spogliata dei suoi averi e del suo essere. Molte missioni si videro vuote dei loro missionari e sacerdoti, cioè vuote di gerarchie. Nacquero allora molte piccole comunità cristiane. Esse furono radunate non più attorno ai sacerdoti e ai missionari, ma a quelli che furono chiamati “missionari-laici”, cioè i catechisti ed animatori di Comunità. Essi svolgevano un’attività di custodi, di testimoni e di animatori di queste piccole comunità.
Una Chiesa sotto la guerra civile[4]
Negli anni immediatamente successivi all’indipendenza, il Mozambico è stato teatro di una lunga e sanguinosa guerra civile, durata ben 17 anni, tra il Fronte per la liberazione del Mozambico (FRELIMO), al potere, e il movimento di guerriglia Resistenza nazionale del Mozambico (RENAMO). Durante la guerra civile varie missioni si trovarono coinvolte nella guerra fratricida: molti sacerdoti, religiosi/e e laici furono sequestrati; alcuni testimoniarono l’adesione a Cristo con il martirio non soltanto i sacerdoti, ma anche i catechisti laici.
L'Assemblea Pastorale Nazionale di Beira come avvenimento cerniera tra la Chiesa sotto il marxismo e sotto la guerra civile
La chiesa mozambicana, radunata nella diocesi di Beira, nella sua prima Assemblea Pastorale Nazionale nel 1977[5], con una nutrita rappresentanza di laici delle piccole comunità cristiana, seppe leggere i segni dei tempi e tracciare coraggiosamente il progetto di trasformare la Chiesa del popolo in “Igreja Ministerial”, mediante la valorizzazione dei ministri laici. Le comunità dovevano strutturarsi secondo ministeri-servizi che il Signore andava suscitando. Cosi, venne riformulata la formazione dei catechisti, per rendere più facile ed efficiente la presenza viva della Chiesa in tutte le comunità diffuse nei vasti territori delle missioni. In queste missioni i catechisti furono davvero “custodi, testimoni e animatori delle comunità cristiane”.
I catechisti martiri della Chiesa mozambicana in tempo di Prova
Questa Chiesa mozambicana, nel tempo di prova, ha prodotto i suoi martiri. Vorrei citare alcuni nomi significativi di catechisti che sono entrati nell’eletta schiera dei testimoni della fede. Penso anzitutto a quelli che furono formati nel Centro Catechetico di Anchilo e che svolsero la loro attività missionaria nella zona di Nampula e che furono uccisi nel campo di missione, e in secondo luogo a quelli che furono formati nel Centro Catechetico di Guiùa e che furono uccisi durante la loro formazione e preparazione nel Centro.
Catechista CIPRIANO PARITI di Matibane
Catechista Perez Manuel
Peres Manuel Chiganjo nacque in Mutarara, provincia di Tete nel 1953. Fu battezzato nella Missione di Alto da Manga (Beira) all'età di 24 anni. Sposato con Alberyina Pitanhanga, ebbe 7 figli. Fu un buon padre di famiglia e fu impegnato assiduamente e diligentemente nella sua comunità cristiana dove fu un catechista e animatore eccellente. Fu ucciso nel Centro di Guiua mentre faceva la sua formazione catechistica. Padre Luis Ferraz, responsabile del Centro di Guiua, racconta il triste avvenimento della sua morte con amarezza e dolore. Era il 13 settembre 1987, alle 4 e 50 del mattino, quando si cominciò a udire il suono del mitra. I guerriglieri erano una settantina. Entrarono e fecero man bassa di tutto, distruggendo ogni cosa e portandosi via ciò che ritenevano utile per loro. Gli ospiti del Centro, sentendo gli spari vicini si diedero alla fuga. Il catechista Perez Manuel ebbe un attimo di esitazione, poi ritornò immediatamente indietro per riprendere la sua famiglia e gli altri. I guerriglieri avevano già fatto prigioniero chi avevano trovato. Si scatenò una discussione tra il catechista Perez Manuel e i guerriglieri che volevano portarsi via quelle famiglie. Dopo avere discusso inutilmente cercando di salvare gli altri, si offri al loro posto. Indispettiti, gli uomini armati lo uccisero con una fucilata. I rimasti, “quelli che erano riusciti a nascondersi”, il giorno dopo, finita la tragedia, diedero, con grande dolore, degna sepoltura al catechista Manuel Perez.
I 23 martiri di Guiua
I catechisti furono custodi, animatori e testimoni delle loro comunità cristiane
Testimoni: I catechisti non hanno avuto paura di testimoniare la loro fede come dimostra quest'interrogatorio nel giorno del loro martirio:
- Da dove venite?
- Veniamo da diverse missioni della provincia.
- Per fare che cosa?
- Noi siamo catechisti: impariamo la Bibbia e i diversi lavori dei cristiani nelle comunità cristiane.
- Dov'è il vostro cibo?
- Siamo poveri, non abbiamo magazzino e viviamo alla giornata.
- Dove sono i militari che vi difendono?
- Non lo sappiamo. Non siamo di qui, veniamo da lontano. Sappiamo però che c'è qui una chiesa e un Centro che forma i catechisti.
- Voi siete sacerdoti?
- No. Siamo catechisti.
- Che abbiate risposto bene o male, giusto o sbagliato, per voi la fine sarà la stessa: cioè la morte.
Da quest'interrogatorio i catechisti si espressero in modo chiaro e sicuro riguardo alla loro fede di cristiani, degni di essere trascritti in un martirologio, confessarono e non negarono.
Catechisti martiri e la missione della loro provenienza[6]
3. Faustino Cuamba - Inhambane
4. Catarina Murrombe - Vilankulo
5. Isabel Foloco - Morrumbene
6. Benedito Penicela - Morrumbene
7. Joaquim Marrumula - Jangamo
8. Verónica Sambula - Mapinhane
9. Madalena Mbeu - Guiúa
10. Deolinda Gungave Sevene - Maxixe
11. Gina Fernando - Maxixe
12. Peres Manuel - Beira
13. Maria Titosse . Guiúa
14. Rita Leonardo - Guiúa
15. Arlindo Leonardo - Guiúa
16. Leonardo Joel - Guiúa
17. Arnaldo Adolfo - Massinga
18. Zito Adolfo - Massinga
19. Luisa Mafu - Massinga
20. Juvêncio Carlos - Funhalouro
21. Fátima Valente - Funhalouro
22. Carlos Mukuanane - Funhalouro
23. Susana Carlos - Funhalouro
Conclusione
Il sacrificio delle famiglie di Guiua non è stato inutile, perché quel luogo oggi è il fulcro della Diocesi di Inhambane, dove si può toccare e vedere il piede, l’impronta della presenza di Dio nella terra dei Tonga, dei Twas, degli Xopes e degli Ndaus. Voglia Dio aprire gli occhi e la mente di tutti perché possiamo percepire, ricordare e valorizzare debitamente quest’apertura del cuore di Dio per Inhambane.
Pwiya Rerihani Africa … Amen – Aleluia “Dio benedice Africa”
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