QualBuonTempo
11 Ago 2021
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11 Ago 2021
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“Ci sono idee, mondi, persone, che rallegrano e allargano il nostro gradiente affettivo, altri che lo restringono, intristendoci e chiudendoci in una cupa solitudine parentesi” così scrive Isabella Guanzini[1].
Lo vedo sottolineato dall’onda di ritorno di una pandemia i cui effetti sentiamo più vicini.
Respiro ansia e paura, e, come continua citando il filosofo Gilles Deleuze, “se ci consideriamo affetti da tristezza, credo che siamo fottuti”! La vista si annebbia, le orecchie si ovattano, il tatto perde sensibilità, e non vediamo via d'uscita, non percepiamo parole di speranza; i nostri corpi si allontanano e i piedi si bloccano impedendoci di compiere i passi che ci avvicinano all’altro. Sprofondiamo in una solitudine che rende impossibile il metterci insieme per cercare soluzioni.
E il mostriciattolo vincerà non per i corpi che avrà portato con sé, ma per gli spiriti e le relazioni che moriranno.
Se ci diamo ascolto, noteremo che questa sintomatologia è vicina a noi, anzi, è in noi. È scontato, saremo cambiati quando (per ora non ci è dato di saperlo) ne usciremo, altrimenti significherebbe che il tempo per noi si è fermato. Direi che lo siamo già, diversi da gennaio, ma come ne usciremo alla fine di tutto dipende da come scegliamo di vivere questo tempo.
Se raggiunti dal Covid-19 la cura del nostro corpo dipende da altri, il rimanere sani chiede a noi, a ciascuno, di porre attenzione a come e dove ci muoviamo, al rispetto delle regole, a volte intransigenti, che ci vengono suggerite.
Anche la cura dello spirito è affidata a noi, perciò mi chiedo:
- Qual è il cibo che mi fa stare bene?
- Quali le compagnie che possono alleggerire la fatica dei miei giorni?
- Come gestisco il tempo a disposizione?
- A chi delego le scelte in merito a ciò?
Se la gioia ci rende creativi: secondo Spinoza “la tristezza non ci rende mai intelligenti”. E, a proposito di complottismo, chi detiene il potere, spesso figura “occulta", ha bisogno che le persone assoggettate siano affette da tristezza, le domina meglio.
Finché avremo accanto a noi “affetti tristi subiremo l'azione di corpi e animi che non convengono con noi”[2], che non “passano” vita, poiché la persona ansiosa, triste, succhia energia per la non forza di reazione che riscontra in sé.
È urgentissimo ritrovare il linguaggio dei gesti, delle parole, delle azioni, che trasmettano speranza, serenità; ricostruire una relazione calda, che, pur nella vicinanza prudente, ci metta insieme per sostenerci l’un l’altro.
Da soli - e possiamo esserlo anche se abitiamo in una famiglia di più persone o se siamo connessi ventiquattro ore su ventiquattro - è difficile procedere sulla strada irta e faticosa, senza punti di riferimento.
Vale qui il detto “o se ne esce insieme, o nessuno si salva”, nel cerchio della vita portiamo noi stessi e prendiamoci per mano.
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[1] Tenerezza. La rivoluzione del potere gentile di I. Guanzini – Ponte delle Grazie
[2] G. Deleuze
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