Non solo materia
03 Dic 2016
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03 Dic 2016
RAZZISTI NON SI NASCE, SI DIVENTA
I bambini sono attratti e allarmati dalla diversità, ma questo non ha nulla a che vedere con il razzismo. Giocano senza problemi con chiunque e nessuno fa caso al colore della pelle se non per notare che il colore di qualcuno ricorda il cioccolato - un’attribuzione ingenua e positiva a fronte della diversità percepita. Ciò significa che i giudizi "razzisti" non sono mai immediati ma frutto di una elaborazione successiva.
Se l’ingenuità infantile attesta che razzisti non si nasce ma si diventa, la ricerca scientifica dimostra che le razze umane non esistono. Dividere gli uomini in diversi “gruppi” caratterizzati da un differente colore della pelle, dalla struttura dei capelli o da altre caratteristiche è profondamente scorretto, anche dal punto di vista scientifico. I biologi, studiando il patrimonio genetico proveniente da 1056 persone di 52 popolazioni diverse, hanno cercato di capire dove e come sono condivisi 377 geni. Il risultato è stato inequivocabile: la diversità biologica all'interno di ogni popolazione è altissima, e va dal 93 al 95 per cento. Questo significa che la stragrande maggioranza dei geni umani sono già presenti in un solo gruppo di persone. Ma anche che questi geni sono diffusi un po' ovunque sul pianeta, ed esistono pochissimi tratti che sono caratteristici di un solo gruppo omogeneo di persone. Non sarebbe quindi possibile contraddistinguere questa o quella razza in base a caratteristiche somatiche o del metabolismo; queste sono ovviamente dettate dai geni, che però, a loro volta, non sono specifici di bianchi, neri, gialli o rossi.
Storicamente, la categorizzazione razziale nasconde conflitti socio-economici strumentalizzati dalle élite di potere. All'inizio il razzismo si esercitava sul censo e colpiva i poveri. Le cose sono mutate con la rivoluzione francese, che ha abolito la separazione tra le classi sociali. Da allora in poi il razzismo ha privilegiato il colore della pelle.
Gli scienziati americani Robert Kurzban, John Tooby e Leda Cosmides - nei loro studi sperimentali sulla formazione e sullo sviluppo delle coalizioni - rilevano che le classificazioni sono basate su qualsiasi segno distintivo che aiuta il formarsi di coalizioni. Queste, perciò, non seguono affatto una classificazione in “razze”, se non quando tale classificazione viene rinforzata o presentata come l’unica disponibile nel contesto socio-culturale di appartenenza. Bastano quattro minuti di esposizione a un mondo socio-culturale alternativo per sgonfiare la tendenza a classificare in razze. Si tratta di un risultato straordinariamente significativo. Non solo non esiste un razzismo innato, ma non siamo neppure classificatori meccanici di individui in “razze”.
Il formarsi di coalizioni avviene tramite meccanismi classificatori che possono anche avvalersi di differenze somatiche superficiali. Ma bisogna evitare la costruzione di barriere supplementari tra gli individui (come classi monoculturali), barriere che rendono gli individui più diversi del necessario, generando così l’impressione di una differenza profonda e trasformando le differenze in disuguaglianze. Inoltre, non è necessario costruire rapporti asimmetrici e disprezzare l’altro per rafforzare il proprio potere o la propria autostima.
Vedere i bambini giocare può, in questo senso, essere illuminante. Ma non dobbiamo dimenticare che i bambini fanno riferimento agli adulti, guardano il loro comportamento, e qui il linguaggio non verbale conta molto più delle parole! Compito dell’adulto, perciò, è preservare lo sguardo puro, curioso, rispettoso e sincero del fanciullo di fronte al “diverso”. Educarsi, quindi educare, alla diversità come ricchezza, e non come ostacolo.
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