Non solo materia
08 Set 2021
Nel cuore del padre
Riprendo allora e vi faccio conoscere, almeno in parte, le mie radici…
Correva l’anno 1955: un uomo e una donna di Pordenone si incontrano, si piacciono e si innamorano. Dopo circa un anno di fidanzamento lei rimane incinta, ma per alcune vicissitudini della vita i due si separano, salvo poi ritrovarsi dopo diversi mesi e decidere di sposarsi. La gravidanza intanto era giunta quasi al termine. I due fidanzati si informano così riguardo la celebrazione del matrimonio e viene loro risposto da un sacerdote del centro città che la celebrazione si poteva fare, ma, a motivo della gravidanza, doveva svolgersi di primo mattino, nel modo più austero e silenzioso possibile. Qualche giorno dopo quella donna incontra mons. Giuseppe Lozer, il quale, venuto a conoscenza della situazione, le risponde con queste testuali parole: “Nina te sposo mi. La nascita de nà creatura no l’è un funeral. Fiori bianchi e campane a festa!”
E così è stato.
In chiesa accanto alla sposa c’era la signorina Vesca, mitica levatrice pordenonese. Al termine del rito gli sposi ritornano a casa, dove si fa grande festa. Era il 14 novembre 1956: alle ore 23:45 la sposa partorisce un bambino. Quel bambino sono io! I miei genitori si chiamavano Livio Buset e Renata Faggioni. Mi permetto di aggiungere che lo scandalo c’è sicuramente stato come per San Giuseppe ma anche la determinazione e la gioia dei miei genitori per aver messo al mondo un figlio, nonostante le doglie del parto, di quel parto incompreso.
Mio padre Livio, come la maggior parte dei genitori a quel tempo, fin da bambino è stato forgiato dalla esperienza della povertà e del duro lavoro: straccivendolo, minatore, militare in Russia, batterista, mediatore e poi per anni barista e co-gestore di sale da ballo e discoteche. Questo per sostenere la famiglia e, in particolare, per assicurare un futuro dignitoso a me e a mia sorella Clara.
Ora chiedo scusa, devo in un certo qual modo assentarmi da voi lettori per un monologo di memoria viva, un’esigenza che nutro, pur limitata e breve, così da poter “ritrovare” mio padre e poi condividere il singolare dono.
All’apparenza eri burbero papà, parlavi poco tutto preso dal tuo lavoro e, quando alla fatica si univano i problemi, intercalavi con espressioni tutt’altro che gentili. Ma, al contempo, ricordo quei momenti unici, preziosi quando, al termine del pranzo, ogni tanto mi prendevi sulle ginocchia per darmi i residui di zucchero dalla tua tazzina di caffè o quando mi prendevi di peso per poi lanciarmi in alto e riprendermi, forte come eri. O i capellini di carta che ci facevi, le barchette e gli origami dei bimbi e delle bimbe in girotondo.
Voglio dirti ancora che sono orgoglioso di te e di quanto eri abile, capace, tenace, specie nel gestire il lavoro con i successi e gli immancabili problemi che comportava. Eri comunque uno che sapeva farsi rispettare e, al contempo, un romantico, ad esempio quando portavi a mamma un mazzetto di fiori di campo o qualche rosa del giardino accompagnati da un bigliettino un po' sgrammaticato, salvo poi arrabbiarti per qualcos’altro. Ogni tanto, nel nostro bar, ti concedevi qualche partita a biliardo o a carte e anche in quello eri appassionato e bravo. Ti entusiasmava guardare un documentario sugli animali o il circo. Grazie, perché, pur senza farmi mancare niente mi hai trasferito il senso del sano sacrificio e insegnato il valore delle cose senza darmi nulla per nulla o solo per farmi tacere. Grazie perché, così come eri, ti ho comunque sentito vicino alla storia della mia vita. Ricordo che quando ti facevo notare le tue capacità, mi raccontavi che, fin da ragazzo, per dare priorità alla sussistenza della famiglia e anche perché non ti piaceva studiare, hai frequentato solo fino alla terza elementare, badando, in inverno, alla stufa a legna della scuola e portando mezzo chilo di burro alla maestra.
Pur volendoci un mondo di bene, i nostri caratteri, così diversi, ci hanno reciprocamente dato qualche momento di sofferenza quando l’uno non capiva l’altro. Eppure, mi rendo conto, caro papà Livio, quante cose belle e importanti mi hai lasciato in eredità. Spero di averti lasciato anch’io qualcosa di me. Dopo è arrivato il tempo della pensione per motivi di salute. Nel mentre, l’intercalare di quando ti arrabbiavi è sparito e mi chiedevi di portarti ogni domenica la comunione…
Sì, sei stato un padre severo e al contempo un “papà capolavoro” a motivo di quell’amore così originale che mal celavi nella tua riservatezza. Eri anche ilare, ti piaceva scherzare e lo hai fatto fino all’ultimo in Ospedale a Pordenone, quando hai chiesto a mia moglie Sofia, che stimavi tanto, di farti la barba e, accompagnandola con le tue battute, hai fatto ridere tutta la camerata. Poi, subito dopo, d’improvviso, richiamato dal cielo, hai chiuso gli occhi e te ne sei andato per sempre. Oggi, papà, ti abbraccio semplicemente nell’attesa di poterci parlare, senza limiti nell’intimità del giorno che non conosce tramonto, mentre ringrazio ancora te e mamma per avermi dato il privilegio di vivere in questo mondo.
GRAAL
Rischiano i figli
di abortire l’origine
Parola strangolata
dalle parole
luna divelta sulla pietra
dall’agonia delle anime:
basta solo una folata
di vento malvagio.
Spingiamo l’Amore all’estremo
alla prostituzione
eppure il grappolo
mai rinnega se stesso vivente
in ogni grano
andirivieni di vino
fra terra violentata e promessa.
Avrò labbra di Graal pronte
al sapore del tuo nettare?
∼ Massimo Buset, poeta e scrittore pordenonese ∼
(In foto da sinistra: mamma Renata con la piccola Clara, nonna Maria, papà Livio e Massimo).
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