Non solo materia
13 Ago 2016
Atene, 1896
13 Ago 2016
Rio de Janeiro, 2016
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Non solo materia
13 Ago 2016
Sotto la bandiera con i cinque cerchi
Lo sport è un rumore di fondo planetario, che condiziona la percezione della realtà e di noi stessi. È un filo rosso – uno dei pochi a non essersi ancora spezzato – che lega il presente e il passato, a dimostrazione che, per quanto il progresso scientifico apporti cambiamenti, in fondo, l’animo umano resta sempre lo stesso: desideroso e bisognoso di uno scenario di valori condivisi entro cui riconoscersi, esplicando il proprio coraggio, il proprio altruismo e la propria fantasia.
Stiamo seguendo con vivo entusiasmo le gare olimpiche in corso a Rio de Janeiro. Se in queste storie singolari e insieme ripetitive si entra tanto volentieri, è perché la competizione sportiva fa provare, in pochi minuti, l’intera gamma delle emozioni che si possono provare nel tempo lungo e disteso di una vita: sofferenza, senso di ingiustizia, angoscia, ammirazione, gioia, e così via; il gioco, dunque, come metafora dell’esistenza.
Ovviamente, se assumiamo il gioco come metafora della vita, il finale non è mai scritto: confronti che possono portare allo scontro o innescare discriminazioni non sono esclusi. L'importante è raccontare storie positive, e ad oggi nel mondo sportivo ce ne sono tante. Le storie possono essere portatrici di valori e, soprattutto, offrire alle persone un canovaccio nel quale identificarsi sia singolarmente che collettivamente.
Lo sport, proprio per via delle storie e dei valori che mette in campo, è un gioco e, al tempo stesso, molto più che un gioco. Una delle caratteristiche principali dello sport olimpionico moderno come di quello antico è di essere una potenza spirituale.
In un verso della canzone La leva calcistica della classe '68 di Francesco De Gregori troviamo, condensata in pillole, tutta la saggezza della pratica sportiva: «un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia…». Il coraggio è oggi il governo della paura di cui abbiamo bisogno per vivere; l’altruismo ci dice che l’uomo non è solo pastore dell’essere ma anche responsabile dell’altro; la fantasia, che scaturisce dall’insoddisfazione rispetto all’esistente, ci mostra che il possibile è più del reale e la convinzione che ci sia sempre una via d’uscita percorribile alimenta la speranza.
L’uomo, prima ancora di essere faber (“che produce”) e sapiens (“che conosce”), è homo ludens, ovvero vive e manifesta la sua essenza, giocando. La centralità del giocare nell’esperienza umana è potente e ricca, e può avere anche una forte valenza educativa. Tramite il gioco, ad esempio, si apprendono delle regole nella libertà: il bambino, fin da piccolo, giocando, impara che assoggettarsi liberamente a delle regole è la condizione che consente a tutti di stare insieme e di divertirsi. È proprio questo uno degli aspetti più belli del gioco: ci sono delle regole, ma, dentro quelle regole, è dato spazio all’espressione personale; anzi, quelle regole consentono proprio di essere veramente se stessi nella relazione con gli altri.
Questo trovarsi insieme per fare delle cose insieme con delle regole scelte insieme, diventa un’occasione di incontro straordinaria, in cui ciò che lega agli altri – il piacere di esprimersi insieme – può in qualche modo diventare un senso di appartenenza importante, non omogeneo e statico ma policromo e dinamico, che si contamina con linguaggi diversi, situazioni diverse… . Questo accade non solo negli stadi e nei grandi campi sportivi, ma anche nei campetti dell’oratorio, nei cortili scolastici, dove vediamo bambini che fanno amicizia, che imparano a chiedersi scusa per un passaggio sbagliato, che maturano spirito di sacrificio e di collaborazione… . È proprio qui, nei campetti di periferia, che la competizione sportiva nasce e acquista il suo senso. L’occasione ludica, sportiva, può essere veramente uno dei pochi luoghi in cui ci può essere integrazione sociale e crescita collettiva. E, in questo senso, il gioco è una buona palestra.
CENNI STORICI
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Nell’antica Grecia, i Giochi Olimpici - celebrati ogni quattro anni, d’estate, nella città sacra di Olimpia, in onore di Zeus - erano i più solenni fra i giochi panellenici. La storia delle Olimpiadi antiche va dal 776 a.C.. al 393 d.C. quando furono vietati dall’imperatore romano Teodosio perché ritenuti uno spettacolo pagano.
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Con la scoperta, nel corso dell’Ottocento, delle rovine dell’antica città di Olimpia si rinnovò l’interesse per lo spirito dei Giochi dell’antichità. Pierre de Coubertin, pedagogista e sociologo, riuscì a riproporre i Giochi sia come parte di un più ampio discorso sull’importanza dello sport nella formazione dei giovani, sia come strumento di pace tra i popoli. I primi Giochi olimpici dell’Era moderna si svolsero ad Atene nel 1986.
- Da quel momento, i cinque anelli intrecciati su fondo bianco sono stati assunti come simbolo del CIO (Comitato internazionale olimpico) e dei Giochi Olimpici. Essi rappresentano i 5 continenti. Sono intrecciati tra loro per simboleggiare l'unione dei popoli attraverso lo spirito olimpico e l'incontro tra atleti provenienti da tutto il mondo, sottolineando lo spirito di fratellanza caratterizzante i Giochi olimpici.
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