Esperienze

26 Ago 2022


Marco e Giulia: due anime rock

Fuori dagli schemi, dentro l’essenza della vita

Il fatto che la nostra redazione sia nata e abbia sede nell’ambito di una realtà aziendale molto più ampia è un vantaggio: è crocevia di persone, e con le persone arrivano le notizie; poi, se qualcuno in maniera spontanea e fortuita si apre un po’ di più, ecco schiudersi una storia.

Quella di Marco Gerotto è una di queste: non l’abbiamo cercata, la sua storia è arrivata. Dal mio ufficio lo sentivo parlare con qualcuno mentre sorseggiava un caffè, aspettando la consegna di un lavoro. “Che bella giornata di sole, oggi porterò la mia piccola al parco. Eh sì, si divertirà!” Anche se non lo vedevo, sentivo che lui il sole ce l’aveva dentro: mi arrivava la sua carica positiva. Ma non avrei distolto l’attenzione dal lavoro che stavo facendo se non mi fosse arrivata anche questa esternazione dal tono confidenziale: “Sì, è dura, a volte sono proprio stanco, diciamo che mi sono fatto forte, non mi spaventa più nulla, ma sono felice. La vita è un’avventura!”. Capisco che c’è del materiale: c’è una storia. Infatti di lì a poco me lo segnalano. Entra nel mio ufficio. Look decisamente fuori moda. Capello lungo raccolto con un mollettone da donna. Braccia tatuate. Sorriso smagliante.

«Mi hanno detto di venire qui. Se la mia storia può essere utile a qualcuno sono ben contento di raccontarla». Non ho domande per lui. Lo guardo e lo ascolto. Grata, ancora una volta, per una professione che mi fa essere ricettacolo di storie.

«Sono Marco Gerotto. Ho 49 anni e vivo ad Arcade. Dopo la Laurea in Architettura a Venezia decido di mettere su famiglia: mi sposo e inseguo il sogno di diventare papà (strano, penso io, per un uomo che ha tutta l’aria di essere uno spirito libero).  Al quarto mese di gravidanza, scopriamo che Giulia, nostra figlia, avrebbe avuto dei problemi nello sviluppo psicomotorio a causa di agenesia del corpo calloso, ma nulla che non si potesse risolvere. Ci rassicurano. E andiamo avanti. Dopo un’analisi più approfondita, però, scopriamo che la bimba ha una malattia genetica rara, che si chiama sindrome di Coffin Siris. È una malattia che porta dei ritardi gravi, infatti Giulia ha una disabilità al 100%, ha bisogno di essere seguita 24 ore su 24. Non posso negare che ho avuto le mie difficoltà, come papà. Se facevo il confronto con altri bambini, con altre famiglie, era dura accettare la mia situazione. Ma ne sono venuto fuori, e oggi sono più forte di prima. Sono esperienze che quando le vivi in prima persona ti cambiano, completamente. E adesso è come se avessi una corazza addosso, non ho paura di niente. Non è facile affrontare il quotidiano, però mi dà una gioia infinita. Il suo abbraccio che è un avvicinarsi e attaccarsi al mio braccio, un accenno di sorriso… sono cose impagabili, grandi. Col tempo c’è anche un appagamento, una soddisfazione nei piccoli passi, nelle piccole cose che fa. Certo, ci vuole tanta pazienza, tanta perseveranza, tanta energia.

E poi devo dire che non potevo che avere una figlia così, nel senso che più anarchica di lei non c’è nessuno, fuori dagli schemi, proprio come me. Ho una personalità molto forte. Infatti non sopporto vedere questi giovani omologati, tutti uguali. Io ho il mio modo di essere. E così anche mia figlia. Del resto mi rispecchia in molte cose. Avrei voluto vivere negli anni ’70, quando si lottava per i diritti! Oggi ci siamo tutti un po’ afflosciati. Abbiamo perso tanti valori: il rispetto, l’umiltà… . Il benessere ci ha rimbambito. Ti faccio un esempio. L’altro giorno sono andato a fare una camminata a Le Badie. E ho visto dei ragazzi arrampicarsi sugli alberi di ciliegio – in casa di altri! –, spaccare rami, arraffare ciliegie, che poi erano ancora acerbe, ma bisognava “prendere” perché “non è mio”. Ci rendiamo conto di come siamo diventati? Perché si fanno queste cose? Perché tutto è dovuto! In questi casi io mi arrabbio tantissimo, come quando vedo qualcuno che fa del male al più debole; è come se venissi toccato in prima persona, e non sto zitto. Del resto, ho sempre preso la vita di petto. Io sono rock. E sono anche un papà rock. Non per niente mia figlia per la festa del papà mi ha fatto un quadretto in cui sono ritratto con i capelli di lana lunghi, con il mio gilet rosso, quello che metto in autunno, con i fari che mi piacciono tanto, la birra e la chitarra, immancabili. L’ha intitolato: “my daddy rock”. Sono sempre stato uno spirito libero, anticonformista, fuori dagli schemi, che la sera suonava e la mattina si faceva il bagno al Tagliamento! Se tu provi a mettermi dentro una casella, io non ci sto (eppure, per tanti spiriti liberi, la famiglia è un limite: come fa a coniugare la sua anima rock con una vita familiare così impegnativa e complessa, mi chiedo). Ho la fortuna di condividere la vita con una donna forte, indipendente, con carattere, e sensibile. Non ti nego che mia moglie ed io stiamo ricostruendo adesso il nostro rapporto, perché una situazione come la nostra porta dei disequilibri anche all’interno della vita di coppia. Non hai aiuti esterni. Non ci sono! È vero anche che non puoi delegare il tuo compito ad altri: la mamma e il papà ci devono essere. Chiaro che questo comporta rinunce, sacrifici, ci dev’essere sempre una scala di valori. E per me la famiglia è importante. Avrei voluto più di un figlio, ma ci siamo fermati a Giulia, perché ha bisogno di attenzioni e di tutte le nostre energie. Ora nel mio cuore in primis c’è sempre mia figlia, che è la mia luce. Per lei darei la vita. Poi c’è mia moglie. E poi vengo io (bam, colpita e affondata; ma veramente riesce a vivere con serenità tutto questo?).

Quello che a me pesa di più è l’indifferenza della gente, e anche la paura nell’affrontare e vivere il quotidiano con persone che hanno delle difficoltà come Giulia. Il diverso fa sempre paura. C’è una tendenza insita nell’uomo a giudicare alla prima apparenza: quindi si pre-giudica una persona perché ha una disabilità, perché ha dei tatuaggi, perché ha i capelli lunghi… . Nessuno può dirsi totalmente libero dal pregiudizio. Il punto è non fermarsi a quello. Non trasformare il pregiudizio in barriera. Che poi, se vai a scavare dentro quella persona, ti accorgi che ha tanto da darti!

Ecco, l’unica cosa che mi spaventa è che non ci sia una società pronta ad accogliere mia figlia quando io non ci sarò più. Vedo che non c’è ancora sensibilità per le fasce più deboli, per le famiglie che hanno queste problematiche. E mi dispiace. Spero che le cose cambino col tempo. Ma perché cambino bisogna capirle, e per capirle bisogna viverle in prima persona. C’è tanta gente che si lamenta per nulla. Io dico che i problemi sono altri! Quando mi alzo di notte perché Giulia piange e non so che cos’ha, perché non comunica a parole, e allora devo andare a tentoni per provare a capire e quindi poterla aiutare. Questo è un problema! I problemi del quotidiano – lavoro, spese, relazioni – sono tutti problemi che si possono risolvere. Mia nonna diceva “tutto si risolve, fuori che l’osso del collo”. Che vuol dire: ci sono delle cose che sono veramente difficili da risolvere. Quelle sono “i problemi”. Il problema di mia figlia non si risolve. Bisogna dare il peso giusto alle cose, stabilire una scala di valori. Oggi siamo tutti stressati, ipertesi dal lavoro, bisogna produrre, fare, brigare, e poi non hai neanche il tempo per parlare con tua moglie, per stare con tua figlia, per condividere i problemi a casa, per una parola, per una carezza. Perciò alla fine il consiglio che posso dare ad altre persone è di sforzarsi a vedere il bicchiere mezzo pieno in ogni situazione. Non è sempre facile, certo. Anch’io ho le mie fragilità, le mie preoccupazioni. Quando mi sento più scarico, mi rifugio nelle mie passioni: un bicchiere di birra e la chitarra in mano. E, a volte, mi confido anche con Dio, non lo nego. Penso che la vita è un’avventura stupenda da vivere appieno ogni giorno, senza sprecare occasione per dare e ricevere calore».

Mi chiedo: se non l’avessi ascoltato, ma solo visto, cosa avrei pensato di lui?

Quante volte dietro persone che vediamo di sfuggita si celano storie così intense, e noi ce le perdiamo, perché quelle etichette che, con estrema facilità, appiccichiamo addosso alle persone ci impediscono l’incontro. Ma per fortuna che “la vita è un’avventura”: in modi spesso inattesi, nei muri che noi mettiamo s’insinua una crepa, e da lì passa “calore”.






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