Cinema
29 Mar 2021
“Mine”: un passo oltre la paura
Un uomo fermo. Tutt’intorno il deserto. È “Mine”, lungometraggio del 2016 scritto e diretto da Fabio Guaglione e Fabio Resinaro; è un film di guerra atipico che letteralmente mi inchioda alla schermo, insieme al protagonista.
Mike Stevens (Armie Hammer) è un soldato. Sta tornando al campo base insieme al commilitone Tommy Madison dopo aver fallito una missione. Attraversando il deserto nordafricano, i due si rendono conto di trovarsi in un campo minato. La vita di Tommy finisce proprio a causa di una di queste mine. Mike, nel tentativo di aiutare l’amico dopo l’esplosione, pesta a sua volta una mina. Se ne accorge subito, e non stacca il piede da terra. Comincia per lui una terribile prova di resistenza: cinquantadue ore dall’arrivo dei soccorsi, impossibilitato a muoversi, senza né acqua né cibo, in balia del deserto. Tutto lo svolgimento del film si concentra qui. L’azione è tutta interiore, la guerra è solo sullo sfondo. La mente del protagonista si trasforma in un campo di battaglia. È questa la forza del film, che usa la guerra solo come pretesto per creare una grande metafora: la vita autentica è un viaggio faticoso in cui a un certo punto si è costretti a fermarsi e a guardarsi dentro. Guardarsi dentro vuol dire spogliarsi del superfluo, lasciare andare illusioni e falsi desideri… I falsi desideri, o le storie che ci raccontiamo finendo per crederci, spesso sono influenzati da paure, sensi di colpa, convenzioni, che ci inchiodano a terra. Diventano una zavorra che ci portiamo dietro inconsapevoli e ci impedisce di andare avanti.
Può essere allora che la vita ci fermi. E ci rendiamo conto che non abbiamo mai vissuto davvero. Eravamo, come siamo adesso, bloccati dalle nostre paure, inchiodati a un passato non rielaborato che continua a generare pensieri e sentimenti ostili… Pensiamo di essere liberi, ma finché non facciamo pace con noi stessi e non ci riconciliamo con la nostra storia non lo saremo mai veramente: saremo sempre condizionati, bloccati.
Provvidenziale l’uomo del deserto.
- Perché tu messo piede su mina? - chiede a Mike.
- Perché eravamo in marcia verso il villaggio!
- Perché verso villaggio?
- Perché ci siamo persi nel deserto!
- Perché in deserto?
- Perché era la nostra missione!
- Perché missione?
- Perché siamo in guerra!
- E perché tu in guerra? Eh? Tu vuole uccidere nemico?
- No, sono un soldato!
- E perché tu soldato?
- Perché non avevo ragioni per restare, non avevo più nessuno ormai.
- Perché più nessuno ormai? Diventa uomo libero. Tu devi andare avanti, anche strada sbagliata può portare a casa.
Attraverso una serie di domande incalzanti, l’uomo del deserto agisce da pungolo per affrontare la verità su di sé.
- Io capito tuo problema Mike. Tu paura.
- Ma dai, non mi dire...
- No, tu non capire. No importa dove sei tu ora, ma dove tu vuoi andare. Io vuole solo andare a casa, da mia familia, io segue soltanto mio destino.
- Beh sembra che il mio destino si ferma qui. Ho fatto il mio ultimo passo falso.
- Ogni giorno tuo passo può essere tuo ultimo passo, quale differenza oggi?
L’importante è avere in vista la meta. Per cosa e per chi vivo? Va avanti chi ha qualcosa di buono da ricordare o da ritrovare… Ce l’ha un’immagine fissa in testa, Mike: la sua fidanzata. Ma la bellezza di quest’immagine è offuscata da un’altra immagine del suo passato, che lo fa vivere nel risentimento e nella paura. Soltanto nel momento in cui si riconcilia con l’immagine del padre, Mike trova il coraggio di muovere il passo: alza il piede dalla mina e… È un uomo libero!
Quello che cerchi – il tuo vero bene – è sempre un passo oltre la paura… Tu devi andare avanti!
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