Belle arti
26 Ott 2017
Scopri l'isola: la pittura come espressione di sé
Tre anni fa l'idea, due anni fa l'inizio, il 4 novembre l'emozione di tagliare un traguardo speciale. Nella sala esposizioni del Municipio di San Vendemiano, alle 16.30, si aprirà il sipario su un evento eccezionale: l’inaugurazione di una rassegna d’arte speciale, esplosiva; i colori inonderanno le sale, la spontaneità e l'abilità degli artisti conquisterà l'attenzione, i cuori e l'interesse dei presenti. Trentadue artisti speciali, frequentanti il centro diurno “Don Gnocchi” di San Vendemiano, sono fieri di mostrare le loro creazioni e invitano ciascuno a scoprire l’isola, la propria isola.
Tutto è iniziato da un corso di pittura, seguito da Raffaella Camarotto (pittrice) e Diego Silvestrin (fotografo). Mentre i ragazzi dipingevano imparando l’uso di tecniche varie e sperimentazioni, venivano fotografati e ripresi con la massima discrezione e amicizia; i video saranno proiettati alla mostra per dare testimonianza del lavoro svolto.
«Da parte mia», racconta Raffaella Camarotto, «non avrei mai pensato di portare a termine i laboratori con tanta soddisfazione. Al di là dell’insegnamento, è emersa una forza, un’energia, che ha reso i ragazzi sempre più sicuri di sé, nel creare e nell’esprimersi. Ho assistito a una svolta significativa, emozionante: dalla paura iniziale di trovarsi davanti a un supporto bianco, al coraggio finale di creare, non di disegnare, facendo uscire quel che ciascuno aveva dentro; la mano è stata guidata dal cuore e dall’anima. Mi piace immaginare il pensiero di ogni singolo ragazzo riunito in un’unica frase, come se il pensiero di uno fosse il pensiero di tutti: “Disegno per esprimere quello che le parole non esprimono. Per questo non posso classificare né descrivere; sentire è forse la parola più vicina a quello a cui aspiro attraverso la pittura”».
«Tutto è nato come una richiesta di lavoro: documentare fotograficamente che erano i ragazzi a dipingere» racconta Diego Silvestrin. «Una volta lì, però, mi sono reso conto che il progetto richiedeva una certa frequenza, quindi ho deciso di lasciar perdere l’offerta lavorativa ed è stato un anno di partecipazione loro dedicato. Per rendere la cosa più veritiera e far sì che i ragazzi non si distraessero con la mia presenza, all’inizio andavo senza attrezzatura. Così mi sono conquistato la loro fiducia. Non è stato difficile: loro sono affettuosi, disponibili e sensibili. Ero diventato uno di loro. A questo punto ho cominciato a portare la macchina fotografica, ma non la utilizzavo. Quando in seguito ho cominciato a fare foto, la mia presenza non li disturbava affatto, non mi notavano nemmeno! Anche in loro, nel frattempo, c’è stata un’evoluzione: all’inizio erano guidati, il disegno veniva un po’ plasmato dall’assistente, alla fine c’era completa autonomia. E i risultati si sono visti: hanno espresso sulla tela quello che volevano. A livello emotivo, è stato fortissimo vedere come ragazzi che fanno fatica a comunicare, riuscissero a comunicare emozioni con gli occhi mentre sceglievano un colore o tracciavano una linea. È stata un’esperienza davvero significativa ed appagante, sia per loro che per noi. Addirittura io ho portato con me degli amici che avevano (o pensavano di avere) dei problemi; stare con questi ragazzi li ha davvero aiutati molto. Credo che se altre strutture vedessero quanto è stato documentato e seguissero l’idea, si potrebbero raggiungere risultati importanti».
Gli artisti che hanno seguito i ragazzi in questo progetto sono dunque testimoni di un’emozione fortissima. L’emozione che aspetta chiunque si accosterà alla mostra!
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